Lettori fissi

sabato 4 agosto 2018

"MAESTRO ARTIGIANO" A LULY



“Se i tuoi capelli sono a posto e indossi belle scarpe, puoi cavartela in ogni situazione” diceva Iris Apfel, l’imprenditrice interior designer statunitense riconosciuta dalle cronache specializzate come icona di stile.
La parrucchiera è colei che ha la possibilità di pettinare qualcuno che non ha mai visto, di tagliare magistralmente dando alla capigliatura varie forme, di creare bellissime acconciature facendoci uscire dal proprio saloncino completamente diverse. La parrucchiera è la maga dei capelli soprattutto quando ci vediamo allo specchio come Mafalda. 
Luliana Carpini ha ricevuto a Siena  il “Maestro artigiano”, una onorificenza  importante e ben meritata dopo più di quarant’anni di carriera lavorativa. Il Dott. Massimo Guasconi, Presidente della Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Siena, ha premiato la parrucchiera poliziana conosciuta da tutti con il grazioso diminutivo di Luly. Una giornata particolare, densa di significato e di emozioni che ha visto intorno a Luliana l’intera Giunta della Cciaa, l’Assessore alle attività produttive della Regione Toscana, il Dott. Stefano Ciuffolo, la famiglia e gli amici.
Una vita quella di Luliana dedicata al lavoro ed alla formazione di giovani generazioni che nel suo negozio hanno trovato un ambiente familiare ed accogliente per imparare il mestiere. “Impara l’arte e mettila da parte” si diceva un tempo anche se in realtà queste giovani, per lo più donne, una volta acquisito le competenze di base, avviavano la propria attività lavorativa.  Da qualche anno Luliana collabora con la Regione Toscana ed alcuni Enti a formare in maniera sistematica e strutturata i giovani apprendisti parrucchieri di entrambi  i generi. Con questi corsi si favorisce l’integrazione nel mondo del lavoro e si rende una valida alternativa a chi ha interrotto gli studi. In lei trovano una guida, una insegnante, un’amica. Complimenti a Luliana Carpini che ha pettinato ed acconciato intere generazioni poliziane e non solo, mettendosi a disposizione di manifestazioni canore, teatrali ed eventi in costume.  A lei va il titolo di Maestra d’arte in fashion hair style a fianco al diploma di “Maestro artigiano”. 

domenica 24 giugno 2018

LA TRADIZIONE POPOLARE DELL’ACQUA DI SAN GIOVANNI


LA TRADIZIONE POPOLARE DELL’ACQUA  DI SAN GIOVANNI  
San Giovanni Battista è considerato l’ultimo profeta. Annunciò Cristo già nel seno materno esultando davanti a Maria in visita alla cugina Elisabetta. Definito da Gesù “il più grande tra i nati da donna” è uno dei santi più venerati nel mondo  e molte città e paesi portato questo nome. La Chiesa lo venera nelle due date della sua nascita, il 24 giugno, e il 29 agosto nel giorno della sua decapitazione. La mano del Signore stava con lui. Asceta di grande rigore ed uomo di forte parola fu il precursore di Gesù: “Giovanni camminerà davanti al Signore con lo spirito di Elia, per ricondurre il cuore dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e per preparargli un popolo ben disposto” (Lc 1,17) Tra il 23 e il 24 giugno è celebrata la notte di San Giovanni. Sin dall’antichità è stata considerata una notte particolare: quella che segue il solstizio d’estate quando il sole è al suo apice ed imprime forza e vigore alla natura e alle sue creature. Gli antichi credevano che questa notte fosse particolarmente magica perché cadeva ciò che loro chiamavano la rugiada degli dei. Il solstizio d’estate veniva dunque concepito come la porta attraverso la quale gli dei facevano passare i nuovi nati sotto forma di rugiada.
La ricorrenza di San Giovanni Battista si colloca dopo il solstizio proprio alle porte della nuova stagione, dove la natura è all’apice del suo vigore. La leggenda narra che durante questa notte il sole, rappresentato come fuoco, sposi la luna, rappresentata come acqua, e da questa loro unione le piante e i fiori vengono influenzati da una particolare forza. La tradizione popolare ci suggerisce di incanalare questo nuovo vigore per non incorrere in eventi avversi, soprattutto riferiti alle coltivazioni e di conseguenza ai raccolti e ci indica nella preparazione dell’acqua di San Giovanni lo strumento per orientare e godere a pieno di questa nuova forza. necessario Si deve raccogliere, durante la vigilia della notte del 24 giugno, una misticanza di erbe aromatiche e fiori. L'insieme si deposita dentro un contenitore colmo d’acqua sotto il cielo stellato. Durante la notte cade copiosa la rugiada di San Giovanni  e dà forza e vigore a quell’acqua che di buon mattino può essere bevuta ed utilizzata per bagnarsi. Non conoscevo questa tradizione popolare ma grazie all'amica Rossana ed un suo post su facebook mi sono documentata ed ho potuto apprendere quanto sia ancora radicata tra la gente. 

mercoledì 4 aprile 2018

IL GIRO DELLE SETTE CHIESE



 - Che hai fatto il giro delle sette chiese? – si dice a chi si è avvicendato in lungo e in largo per vari luoghi. In realtà questa frase non è soltanto un modo di dire ma un’antica pia pratica religiosa del Venerdì Santo, oggi quasi caduta in disuso, di visitare i Sepolcri allestiti nelle chiese al termine della Cena Domini del Giovedì Santo. Una specie di percorso penitenziale in vista della Pasqua.   
La  tradizione di visitare i Sepolcri  in sette  diverse basiliche nacque a Roma ed era volta ad ottenere l’indulgenza plenaria, la remissione delle pene per i peccati commessi.  Di lì a poco tempo questa pratica si estese anche fuori l’Urbe.  
I Sepolcri, allestiti per lo più in una cappella, sono tutti ornati di fiori e piante. In molti sono ancora presenti dei bei vasi di veccia, semi fatti germogliare al buio affinché le piantine prendano la colorazione bianca per ricordare i lunghi capelli di Maria Addolorata sotto la croce. 
Ad ogni visita fermandosi, si recita in ginocchio davanti all’Altare della Reposizione, 5 Pater, Ave e Gloria. Altri fedeli invece restano a pregare più a lungo impegnandosi a turno nelle 40 Ore, a Montepulciano un tempo calendarizzate nella Chiesa del Gesù, a non lasciare solo il Signore. Candele e lumini sono accese anche solo da chi fa una breve visita.
Se prima soprattutto in Provincia si dovevano fare molti km a piedi per visitare le sette chiese e buona parte del percorso si faceva  senza scarpe per non rovinare l’unico paio che avevamo, oggi con l’avvento dei mezzi di trasporto il problema non è tanto lo spostarsi ma trovare una chiesa aperta dove sia allestito il Sepolcro ed avere una pia  motivazione alla visitazione.
Nei miei ricordi di bambina sono presenti ancora molti volti che tutti gli anni come me si avvicendavano in questa pratica e devo riconoscere che dove lo faceva il padre i figli hanno mantenuto questa tradizione. 
In me restano ancora impresse le immagini delle chiese spoglie, degli altari senza tovaglie, dei drappi viola a coprire, in segno di lutto, gli arredi sacri e le reliquie.
Il silenzio delle chiese di quei tre giorni di triduo pasquale è un altro dei ricordi più nitidi. Mi veniva detto, tutti gli anni in quei giorni, che le campane restavano legate, non suonavano in segno di rispetto a Gesù deposto nella tomba ed io che già conoscevo queste informazioni le ascoltavo nuovamente e mi piaceva risentirle perché rientravano nelle cose da fare e da dire nel tempo pasquale. 
Recarmi con la nonna Lina al Consorzio Agrario, in Piazza Savonarola, per comprare l’uovo di cioccolato e vedere le vetrine dei negozi ornate a festa soprattutto la macelleria della Cesira e del Marelli con le bestie vaccine, talvolta ornate di fiori, appese a grossi  ganci, è un’altra delle cose che oggi non vedo più.

mercoledì 28 marzo 2018

GLI INCAPPUCCIATI DEL VENERDI SANTO


A Montepulciano la processione del Venerdì santo è di antica tradizione. Diversamente dalla processione commemorativa della passione e morte di Gesù Cristo che oggi un po’ ovunque viene chiamata Giudeata e colloca la sua origine a Chieti nel lontano 842 d. C., a Montepulciano é chiamata del Gesù Morto. La processione si  snoda in notturna per le vie del paese vecchio partendo dalla Chiesa di S. Agostino e  dirigendosi verso la Cattedrale. Dopo una breve riflessione e un momento di preghiera fa ritorno alla medesima chiesa dalla quale è partita e dove sono da sempre custodite le due statue che vengono portato in processione: Gesù morto e la Madonna Addolorata. La processione di Montepulciano, come in altre parti del mondo è un evento religioso sentito e partecipato  che vede i Confratelli della Pia Arciconfraternita di Montepulciano impegnati processionalmente nel portare  Gesù morto mentre la statua della Madonna addolorata è assegnata alle donne poliziane che, non senza difficoltà per la pesantezza, la trasportano a spalla.
La Misericordia di Montepulciano sorse appunto il venerdì santo del 1303 grazie ad alcune persone devote e caritatevoli e prese il nome di Compagnia della Beata Vergine Madre di Dio e Misericordia. Conosciuta dai più come Compagnia dei Neri per il colore della cappa che indossavano in poco tempo raggiunse un numero considerevole di iscritti e nel 1524 ammise anche le donne come “sorelle”. Nell’anno giubilare dedicato al tempio di San Biagio non possiamo tralasciare che il 22 aprile 1526 fu iscritto anche l’umile Toto che fu testimone dell’evento miracoloso legato all’immagine della Madonna. Durante la processione del Gesù morto i confratelli della Misericordia rigorosamente incappucciati di nero con le loro insegne, i lampioni e il catafalco  in velluto nero damascato sul quale è adagiato la statua di Gesù sottolineano quanto sia radicata e sentita, oggi come allora, questa tradizione religiosa dando una nota folcloristica all’evento immortalato da innumerevoli turisti.
Nella Diocesi di Montepulciano-Chiusi-Pienza Radicofani vanta l’onore di avere la processione del venerdì santo più antica di tutta la Toscana (foto). Nel paese di Ghino di Tacco sono ancora presenti antichi riti come quelle delle “tre ore di agonia di Gesù”, una pia pratica dove i confratelli meditano e pregano sulle sette parole dette da Gesù sulla croce chiedendo perdono dei loro peccati davanti ad una ricostruzione particolarissima del Calvario: una quinta di bosso intrecciato alta circa sette metri sulla quale si ergono tre croci e tantissime luci. La processione degli scalzi incappucciati con torce, insegne, la statua di Gesù morto e di Maria addolorata termina davanti al Calvario illuminato dove i confratelli a turno adorano la statua di Gesù intonando il miserere.
In passato le processioni del Venerdì santo dovevano essere spettacolari se si pensa che negli antichi registri delle Compagnie è riportato che  solo in quelle ordinarie non dovevano essere numericamente inferiori a cento elementi. Processioni che in alcune parti d’Italia sono sempre state fatte anche in periodo di soppressione, di guerra  e di calamità. Personalmente ho sempre partecipato alla processione del Venerdì santo. È un appuntamento al quale mi sento di non dover mancare. Da bambina devo dire che gli incappucciati mi facevano un po’paura: il loro modo di arrivare in chiesa spalancando il portone quando non me lo aspettavo,  il battito delle loro mani  al cambio di turno dei portantini del catafalco e il loro incidere a passo lento era ciò che mi colpiva di più, ma la carezza sulla gota data da uno di loro che togliendosi il cappuccio mi sorrideva e si faceva riconoscere mi rassicurava sempre e mi faceva dormire sogni tranquilli una volta tornata a casa.    

domenica 8 ottobre 2017

LA RELIQUIA DI SANT'AGNESE OSPITE A TORRITA DI SIENA



La Parrocchia di Nostra Signora del Rosario a Torrita di Siena ha ospitato in questi primi giorni di ottobre la reliquia di Sant’Agnese peregrina per le Vicarie della nostra Diocesi. Don Roberto Malpelo,  don Fabio Terrosi ed i loro parrocchiani hanno riservato una calorosa accoglienza alla Famiglia Domenicana di Montepulciano che si è impegnata ad animare alcuni momenti di queste giornate ricche di intensi momenti di preghiera attorno ad Agnese. Lodevole è stata l’iniziativa ripetuta per un’intera giornata della recita del Santo Rosario, seguendo una precisa cadenza oraria, meditato e guidato dai vari gruppi parrocchiali. La Parrocchia di Torrita sia nella intitolazione a Maria Regina del Rosario che in molti riferimenti domenicani al proprio interno mostra chiari punti di contatto con la spiritualità domenicana.
La preghiera del Rosario è tanto cara ai Domenicani. Sant’Agnese, sin da bambina trascurando i giochi, amava pregare così intensamente con il conta-preghiere, un alternarsi di Ave e di Pater (una specie di Rosario primitivo), tanto da non accorgersi ripetutamente del suono della campana che la invitata alle funzioni religiose. Questi salteri dei Pater o delle Ave erano nei monasteri sostitutivi del salterio biblico per i monaci illetterati e non prevedevano la meditazione dei misteri. L’Ave Maria era inoltre conosciuta e recitata solo nella sua prima parte evangelica contenente il saluto dell’angelo e la benedizione di Elisabetta.
Si è sempre attribuita la nascita del Rosario ad un’apparizione della Vergine a S. Domenico di Guzman, padre fondatore dell’Ordine dei Domenicani o Predicatori, con la consegna di questo strumento devozionale di preghiera. Furono invece due certosini ad operare ulteriori e significative trasformazioni. Enrico di Kalkar, nel sec. XIV, suddivise il salterio delle Ave, dividendolo in 15  decine ed inserendo tra una decina e l’altra la recita del Pater. Domenico di Prussia invece, tra il 1410 e il 1439, proporrà ai fedeli una forma di salterio mariano, nel quale il numero delle Ave era ridotto a 50, ma a ciascuna di esse era aggiunto un riferimento verbale ed esplicito ad un avvenimento evangelico, a modo di clausola o ritornello mnemonico che chiudeva la stessa Ave Maria. Contemporaneo di Domenico di Prussia, il domenicano Alamo de la Roche  diffuse straordinariamente il salterio mariano che si comincerà a chiamare “Rosario della beata vergine Maria”, attraverso la predicazione e soprattutto attraverso le Confraternite mariane da lui fondate. Alamo de la Roche parlerà di Rosario vecchio e Rosario nuovo, volendo distinguere tra il semplice salterio delle Ave e il salterio incorporato nella meditazione dei misteri, proposti ordinariamente in una triplice partitura (incarnazione, passione e morte di Cristo, gloria di Cristo e di Maria). Diffondendosi in mezzo al popolo, il Rosario si semplificò poi ulteriormente, quando nel 1521 il domenicano Alberto da Castello ridusse questi misteri scegliendone 15 principali da proporre alla meditazione dei devoti del salterio mariano, concependo le relative clausole come semplici commenti al mistero o richiami mnemonici lungo la recita delle Ave. Furono le forme esperite da Alamo de La Roche e da Alberto da Castello che a poco a poco s’imposero sulle altre forme di salterio mariano. Il primo documento ufficiale della Chiesa cattolica, con il quale venivano stabilite le modalità per la recita del Rosario, fu la bolla Consueverunt Romani Pontifices, emanata dal  papa  domenicano Pio V il 17 settembre 1569, il Pontefice  che attribuì la vittoria dei cristiani a Lepanto contro i turchi alla forza di questa preghiera contemplativa a carattere litanico, tanto che decise di dedicare il giorno 7 ottobre a  Nostra Signora della Vittoria, successivamente trasformata da  Gregorio XIII in Nostra Signora del Rosario. 
Siamo dunque abituati a vedere nei quadri S. Domenico  raffigurato come colui che riceve dalle mani della Vergine il rosario.  In un’opera del Caravaggio è possibile invece scorgere un San Domenico intento a distribuire alle persone intorno a lui numerose corone. La Vergine in questo quadro pare incitare Domenico in questa distribuzione. Certamente il Rosario è uno strumento di preghiera mariana potentissimo ma per noi Domenicani è anche un mezzo di predicazione perché con esso si contempla tutta la vita di Gesù che è espressa nei suoi 20 misteri. Il Rosario, preghiera dei semplici che richiama  per analogia i centocinquanta salmi del Salterio, è oggi come allora validissimo strumento per combattere le eresie, per rafforzarci spiritualmente … per ottenere grazie. Facendo scorrere tra le dita i grani della corona del rosario possiamo beneficare dell’aiuto materno di Maria che benevolmente ci guida nel nostro peregrinare terreno.